Dello schianto delle nostre aspirazioni pre-Quarantena. E del rumore che fa.

È durata poco, la luna di miele ideologica post-Pandemia. Quella follemente propositiva, in cui immaginavamo, malauguratamente troppo spesso dal nostro divano, di poter costruire un mondo nuovo, più giusto, più sostenibile, capace di esprimere il meglio di noi come singoli e come collettività.
Alla fine del primo lockdown — perché è chiaro che per come sono state disegnate le regole dei grandi compromessi e dei piccoli cabotaggi all’italiana, non sarà l’ultimo: chiamatemi pure uccello del malaugurio — ci ritroviamo con lo stesso mondo di prima, di cui già eravamo almeno parzialmente insoddisfatti, solo enormemente più brutto.
Pieno di gente in giro, tutti con la mascherina (lo so, è giusto così, ma io non mi sono ancora abituato, mi sembra ancora un film dalla sceneggiatura mediocre), code di un’ora e mezzo al supermercato anche se hai finito il bagnoschiuma, metti-i-guanti-togli-i-guanti, ristoranti aperti ma con regole improbabili, e dunque probabilmente semivuoti, tutti con meno soldi da spendere, e certezze riguardo al futuro necessarie per tornare a farlo, frontiere aperte ma con controlli negli aeroporti ancora più assurdi dell’immediato post-11 settembre (le fobie si stratificano, non si annullano vicendevolmente); niente abbracci, o comunque ogni abbraccio, ogni stretta di mano, un senso di colpa.

Abbiamo rinunciato sul nascere ai nostri sogni reconditi di rivoluzionare il capitalismo, o di superarlo definitivamente, e ci siamo messi a costruire paratie di plexiglass per dividerci meglio.

Così radicato era il nostro desiderio di cambiare le sorti dell’umanità, che ci è bastato intravvedere la possibilità di tornare a una copia malriuscita della realtà precedente, per abortire ogni tentativo.
Abbiamo avuto una finestra, storica, in cui davvero abbiamo creduto di poter riscrivere le regole del codice sorgente del mondo. Ci siamo accontentati di installare qualche patch che appesantisce il sistema, e rende l’esperienza globale ancor meno piacevole. E questo perché giustamente — lo diceva già Maslow, mi pare — dobbiamo pur magnà.

Ne consegue che, alla vigilia della Grande Riapertura, il mio umore — e forse non solo il mio, se la mia bolla non è così fuori dal mondo — è peggiore di quello della Grande Chiusura.

E mi viene da constatare allora il definitivo sorpasso del mondo virtuale su quello “reale”, se ha ancora senso questa distinzione. È lì, online, che mi viene da rifugiarmi, da creare eventi, da spostare la mia routine, se la realtà del Grande Compromesso e Piccolo Cabotaggio mi toglie il calore umano, se mi basta dimenticarmi di portarmi dietro la mascherina per percepirmi osservato da tutti, per sentirmi un fuorilegge. Preferisco farmi portare la spesa a casa, allora, che uscire e sottopormi alle procedure di sicurezza. Preferisco le videochiamate a un mondo in cui se mia figlia vede un altro bambino non può avvicinarlo, e io non so — non posso — spiegarle perché.
La nuova autenticità la cercherò ancora nel digitale, almeno per un po’, almeno fino a quando non mi sarò abituato — anche se non credo che avrò davvero mai voglia di abituarmi. Almeno, questa bolla virtuale mi proteggerà davvero, permettendomi di stabilire contatti autentici, e a prescindere dai vincoli della geografia, al netto del ritardo nella consegna dei pacchetti di bit su Skype e Messenger.
Almeno, in questa bolla, potrò continuare a pensare che, un giorno, potremo davvero trovare il coraggio — o, forse, un pretesto maggiore, più urgente — per riscrivere daccapo le regole base, che governano la vita degli esseri umani su questo Pianeta.

Sarà un’utopia, forse, ma la preferisco alla distopia a cui assisto guardando fuori dalla finestra.

Innovation and Internationalization Consultant, Journalist, Writer (Cybersec, Asia, Poetry)

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